MORE SPACE FOR VITAL BONE – ZCORE®

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Si chiama ZCore® il nuovo innesto eterologo commercializzato da De Ore e Osteogenics Biomedical Inc. (Cytoplast®).

Più spazio per osso vitale

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ZcoreTM è un nuovo minerale osseo anorganico con una struttura di carbonato apatite derivata dall’osso spongioso suino.

  • La struttura porosa microscopica e macroscopica di interconnessione supporta la formazione e la crescita di nuovo osso.
  • 88% – 95% di spazi vuoti: l’iperporosità della matrice spongiosa suina e lo spazio tra le particelle facilitato dalla morfologia ruvida della particella riducono la densità della massa dell’innesto permettendo un maggior spazio vuoto per la crescita di nuovo osso.*
  • Con l’origine suina si elimina ogni rischio di trasmissione della BSE.
  • Trattato a caldo con una temperatura ottimale che assicura una grado di cristallinità corrispondente al minerale osseo nativo per consentire il rimodellamento dell’osso di guarigione
zcore-prodotto


  • Un processo di lavorazione brevettato preserva l’interconnesione sia macroscopia che microscopica della struttura porosa.
zcore-sem

Formati disponibili

ZcoreTM granuli 0,25 – 1,00 mm

0.5 cc Part No. ZS050
1.0 cc Part No. ZS100
2.0 cc Part No. ZS200
4.0 cc Part No. ZS400

ZcoreTM granuli 1,00 – 2,00 mm

1.0 cc Part No. ZL100
2.0 cc Part No. ZL200

Highlights dal GBR Symposium

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Si è svolto a Bologna con grande successo il 2° GBR Symposium. I partecipanti, superiori alle aspettative, hanno apprezzato i contenuti di tutte le presentazioni, tutte di altissimo livello.

I “gibierristi”, come il dr Pistilli ha definito i relatori Italiani, hanno discusso tutti i dettagli della tecnica GBR, dall’anatomia alle diverse modalità di rilascio dei lembi, dalle complicanze fino ai risultati “long term”.

I due relatori esteri hanno mostrato nuove prospettive: un’acclamatissima presentazione di Istvan Urban ha spaziato dai dettagli anatomici alle nuove membrane riassorbirli elastiche Vitala® per le GBR orizzontali fino alle future membrane perforate Cytoplast da usare con i fattori di crescita; il dr Eiji Funakoshi – Giappone – con la tecnica “open barrier” ha mostrato un tipo di GBR che, come ha detto il relatore, può essere affrontato anche dal dentista meno esperto.

Tutti hanno chiesto quanto si terrà il 3° Symposium!

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L’acido ialuronico in parodontologia. Intervista al prof. Andrea Pilloni.

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Andrea Pilloni: cattedra di Parodontologia alla Sapienza a Roma, socio attivo SIdP, master in Periodontology a UCLA con una tesi sull’acido ialuronico (HA). Nessuno meglio di lui può esprimere un parere sull’impiego dell’HA in parodontologia e implantologia. L’abbiamo raggiunto via skype nel suo studio all’Università.

D – Prof. Pilloni, Lei ha una lunga esperienza nelle applicazioni parodontali dell’acido ialuronico (Hyaluronic Acid HA) iniziata sin dal 1989 in occasione del suo Master negli USA presso la UCLA. Quali sono i risultati dei suoi studi?

R – Devo ringraziare l’Università della California Los Angeles per aver accettato la mia proposta di ricerca sull’HA. Con il Prof. Bernard, Chairman del Bone Biology Center, iniziammo ad osservare il comportamento delle cellule mesenchimali di derivazione dalla calvaria che andavano in confluenza e si differenziavano in osteoblasti con qualità e tempistica decisamente migliori rispetto ai controlli quando erano associate all’HA. Subito dopo dimostrammo non solo l’attività batteriostatica dell’HA, ma anche di promozione della calcificazione del legamento. E così via via riuscimmo a confermare l’importante ruolo biologico della molecola dell’HA che è presente nell’early healing di quasi tutti i tessuti. Per fare un esempio, i tessuti embrionali e fetali sono ricchissimi di HA, mentre nell’adulto lo si ritrova in quantità davvero esigue. In quest’ultimo l’HA è presente in alte concentrazioni solo nel legamento parodontale e nell’umor vitreo.

D – Ha condotto anche studi clinici oltre alla ricerca di base?

R – Nel 2011 abbiamo pubblicato uno studio randomizzato controllato su 19 pazienti in cui abbiamo dimostrato che l’impiego dell’HA comporta una significativa riduzione dell’infiammazione gengivale rispetto alla sola igiene orale professionale.

D – L’HA può avere applicazioni anche nella terapia parodontale chirurgica?

R – Certamente si, perché ci sono tutte le premesse biologiche, soprattutto grazie alla capacità dell’HA di stabilizzare il coagulo. Questo aspetto è stato dimostrato da molti anni in diversi settori della medicina rigenerativa su riviste ad alto “impact factor”. Purtroppo non è stato ancora dimostrato in odontoiatria con studi randomizzati altrettanto validi, ma sono in corso diversi lavori in merito sia con il mio gruppo alla Sapienza che in altri centri internazionali.

D – In quali indicazioni chirurgiche lo impiega?

R – Come si può vedere dai case report lo utilizzo nella chirurgia parodontale dei difetti intraossei (GTR) e in moltissime chirurgie dei tessuti molli per ridurre i tempi e migliorare la qualità della guarigione delle ferite: ad esempio nella copertura delle recessioni eseguita con varie tecniche e nei siti di prelievo per l’innesto di connettivo.

D – Può essere impiegato anche in GBR?

R – Direi di sì, per le stesse ragioni di cui sopra: stabilizza meglio il coagulo quando è mescolato agli innesti in granuli che vengono sepolti sotto le membrane. Inoltre l’HA è coinvolto enormemente nel processo di guarigione della ferita che è un fattore importante in GBR.

D – Può ridurre il rischio d’esposizione delle membrane?

R – Non abbiamo alcuno studio ma ritengo che si utile stratificarlo sopra la membrana per migliorare e accelerare i processi di guarigione dei tessuti molli. Sottolineo però che si deve sempre trattare di una guarigione per prima intenzione e la membrana deve essere coperta.

 

D – E’ preferibile l’impiego di HA cross–linked o non cross-linked?

R – L’HA “crossed-linked” esercita la sua funzione più a lungo e quindi è più stabile. I vantaggi sono ancora una volta una maggior stabilizzazione del coagulo.

D – L’HA può sostituire l’impiego delle amelogenine in parodontologia?

R – Non ci sono studi comparativi. Ci sono però buone premesse biologiche proprio perché stabilizza il coagulo, cosa che non è una prerogativa della amelogenina la cui applicazione, al contrario, deve essere eseguita in un sito senza sangue.

D – L’HA può sostituire i concentrati piastrinici?

R – Sono cose diverse e non ci sono lavori comparativi sebbene entrambi perseguano gli stessi scopi: migliorare ed accelerare le guarigioni dei tessuti. I concentrati piastrinici sono una “costruzione” di fattori di crescita che non è naturalmente presente nel corpo umano e sono abbastanza indaginosi da preparare. L’HA non è un fattore di crescita, è presente nel corpo umano ed è molto “user friendly”.

D – Che cosa le piace di più nella vita?

R – Mi piacciono le persone che sorridono. (☺: ndr)

Guarda un caso clinico chirurgico GTR
Guarda caso clinico muco gengivale
Guarda un video trattamento difetto infraosseo
Guarda un video trattamento recessioni multiple

GBR Symposium 2016 – Save the Date!

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Quale la precibilità chirurgica e quella long term della GBR?
Quali tecniche eseguire per il rilascio dei lembi?
Quando rimuovere le membrane, quando inserire gli impianti, quando caricare gli impianti?
Quali potenzialità in regioni estetiche?
Quali sono le complicanze e come gestirle?
Quale rigenerazione per la peri-implantite?
Quali sostituti ossei è opportuno usare?
Quali tecniche mucogengivali si devono eseguire in fase pre e post chirurgica?
Quali membrane impiegare? Non riassorbibili o riassorbibli? E quali riassorbibili?
Si possono lasciare le membrane esposte?
Quali sono le alternative alla GBR? Impianti corti? Rialzo del seno?

Nel 2016 è possibile rispondere a queste domande.

Clicca qui per maggiori informazioni e programma definitivo

Strumenti Chirurgici Teykos

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La linea di strumenti chirurgici dentali Teykos™ è stata progettata pensando alle necessità dell’operatore clinico che esegue interventi d’implantologia e delle due procedure chirurgiche più comuni che le sono associate: la Guided Bone Regeneration (GBR) e il rialzo del seno mascellare.


DOWNLOAD PDF

  1. Visione panoramica tavolo operatorio

  2. Visione dei singoli strumenti per Implantologia, GBR e Sinus lift

  3. Trephine Faster e tradizionali

  4. Listino Teykos Strumenti Chirurgici 1.2015


Video: Corso Roberto Luongo, 23 Ottobre 2015, Bari

La riabilitazione implanto-protesica nelle aree ad alta valenza estetica

23 Ottobre 2015, Bari
dr. Roberto Luongo

Programma
e iscrizioni

 



Negli ultimi quindici anni la letteratura scientifica ha ampiamente dimostrato la predicibilità a
lungo termine degli impianti osteointegrati. Spesso, però, il successo implantare, anche se
dimostrato a lungo termine, non è accompagnato da un buon risultato estetico. Sono molti, infatti,
i fattori da tenere in considerazione per ottenere un restauro su impianti che si integri
perfettamente e naturalmente alle corone dentali adiacenti, da un punto di vista biologico ed
estetico.

Scopo del corso è quello di fornire ai discenti le linee guida chirurgiche e protesiche per la
pianificazione di un corretto piano di trattamento implanto-protesico nel rispetto
dell’ottimizzazione della funzione masticatoria ripristinando un’estetica dentale ideale.
Durante l’incontro verranno eseguiti due interventi: uno di GBR e uno di “socket
preservation” entrambi in siti ad valenza estetica.

Download programma completo e scheda di iscrizione

La procedura con membrane non riassorbibili è più sicura che in passato?

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Dr Fabrizio Colombo

Dr Davide Garganese

Cosa succede se una membrana si espone? La procedura con membrane non riassorbibili è più sicura che in passato?

Le membrane non riassorbibili in PTFE sono riconosciute essere i materiali barriera che offrono i risultati ottimali e più predicibili in termini di volume e qualità dell’osso rigenerato. Tuttavia l’esposizione di membrane non riassorbibili, soprattutto se ad elevata porosità, è sempre stata considerata un fattore che conduceva ad un insuccesso clinico.
Cosa è cambiato con le membrane in dPTFE, a bassa porosità?

Nei mesi scorsi abbiamo già presentato alcuni protocolli disegnati per gestire l’eventuale esposizione accidentale.
Adesso di questi temi ne parliamo in un’intervista a due voci con due bravi clinici della nuova generazione: il dr Fabrizio Colombo di Como ed il dr Davide Garganese di Napoli.

Ecco la loro storia, la loro esperienza clinica e come affrontano le esposizioni. Ce lo raccontano mostrandoci anche due loro casi, complessi e ben condotti, in cui è avvenuta un’esposizione accidentale della membrane in dPTFE Cytoplast.


Quando avete iniziato a impiegare le membrane non riassorbibili?

Dr Colombo: il mio approccio all’utilizzo di membrane non riassorbibili risale a circa cinque anni fa.
Dr Garganese: ho iniziato ad usare le membrane non riassorbibili in PTFE espanso diversi anni fa. Per la verità, all’epoca i risultati non sono stati confortanti e predicibili e, dopo diversi insuccessi, ho abbandonato le membrane in e-ptfe.

Come e perché avete iniziato?

Dr Colombo: i limiti delle tecniche di chirurgia rigenerativa da me utilizzate in passato mi hanno spinto ad avvicinarmi a questa metodica. I casi clinici che presentavano difetti ossei venivano da me affrontati mediante GBR con utilizzo di membrane riassorbibili o ricostruzione con osso autologo in blocchi prelevato in sede intra-orale. Le prime sono indicate per piccoli difetti orizzontali e contenitivi e non consentono di ottenere grandi quote di osso rigenerato soprattutto in casi di difetti tridimensionali, mentre i blocchi sono indicati per casi atrofie più articolate, sono caratterizzati da un’invasività operatoria accentuata e non permettono il posizionamento degli impianti nella stessa seduta della ricostruzione dilazionando i tempi terapeutici.
Dr Garganese: Dopo in miei insuccessi iniziali, sono rimasto però affascinato dai risultati dei maestri, ben documentati in letteratura, ho perfezionato la tecnica ed ho seguito con dovizia di particolari le linee guida delle procedure di GBR, ricominciando ad utilizzare membrane non riassorbibili.

Avete avuto esposizioni?

Dr Colombo: Inevitabilmente esiste una curva d’apprendimento che passa anche attraverso la tanto temuta esposizione della membrana e che, personalmente, ho dovuto affrontare.
Dr Garganese: Oggi, grazie alla meticolosa applicazione di un protocollo chirurgico ed alla corretta gestione dei lembi, le esposizioni delle membrane sono drasticamente ridotte.

In caso di esposizione come vi siete comportati?

Dr Colombo: l’atteggiamento terapeutico dipende dal periodo d’insorgenza dell’evento e dall’entità della superficie interessata.
In caso d’esposizione precoce (entro le prime 3-4 settimane) ritengo che la soluzione migliore sia la rimozione del complesso membrana-innesto ed eventuali impianti endo-ossei posizionati.

Qualora l’esposizione sia tardiva (a 5 mesi come nel caso del caso del poster), consiglio al paziente di tenere disinfettata l’area interessata con CHX 0,2% per evitare l’insorgenza d’infezioni della ferita e permettere così all’innesto di maturare il più possibile; durante la successiva seduta di rimozione della membrana viene valutato lo stato dell’innesto ed asportato l’eventuale tessuto superficiale danneggiato dalla complicanza. Nel caso in cui l’innesto sia immaturo, è indicato collocare delle membrane riassorbibili a protezione dello stesso cercando di garantire una chiusura di prima intenzione della ferita.

Dr Garganese: in passato l’esposizione di una membrana in e-ptfe è sempre stata considerata un problema in grado di influenzare negativamente il risultato di una GBR. Le membrane Cytoplast , costituite di politetrafluoroetilene denso, grazie alla dimensione ridotta dei pori non permettono il passaggio dei batteri, almeno fin quando l’esposizione è lontana dai margini della membrana.
Questo ci permette una gestione dell’esposizione meno drastica rispetto al passato.
Nel caso presentato nel poster l’esposizione è sopraggiunta tre mesi dopo la procedura di GBR , era centrale e lontana dai margini della membrana.
Pertanto ho:

  • posto la pz. sotto copertura antibiotica (1/2 gr. di amoxicillina + ac. clavulanico x 2 al di’)
  • istruito la pz. su come detergere la membrana con clorexidina 3 volte al di’
  • monitorato la pz. con controlli settimanali
  • eseguito rx endorali per verificare che non vi fossero infezioni,al di sotto della membrana, non visibili clinicamente.

Ho mantenuto la membrana esposta per 5 settimane, aspettando l’ulteriore maturazione dell’innesto.
Al primo segnale di flogosi, sono intervenuto per rimuovere la membrana; al di sotto di essa era presente un modesto essudato,al di sotto del quale era presente un tessuto osteoide ancora immaturo, ma ben rappresentato.
Ho posizionato,a protezione, del tessuto neoformato un doppio strato di membrane in collagene a lento riassorbimento e ho suturato i lembi, senza cercare una chiusura per prima intenzione .

In che misura l’esposizione ha influenzato il risultato?

Dr Colombo: ho dovuto affrontare esposizioni che purtroppo hanno compromesso in toto la rigenerazione effettuata costringendomi a un intervento di rimozione, pulizia e successivo rifacimento della terapia dopo un adeguato tempo di guarigione. Fortunatamente mi è capitato di gestire anche casi di esposizioni che non hanno minimamente influenzato il risultato finale dell’innesto eseguito poiché avvenute in fase di guarigione avanzata quando la rigenerazione ha caratteristiche più stabili.

Dr Garganese: nel caso presentato l’esposizione della membrana ha causato la perdita di una piccola percentuale dell’ innesto, che è stato poi rimpiazzato al momento del posizionamento degli impianti.
Minima perdita a carico dei tessuti molli.

Quali sono secondo voi le possibili cause d’esposizione?

Dr Colombo: una probabile causa può essere imputabile a una non corretta gestione intraoperatoria della chirurgia ( dal disegno del lembo crestale alla chiusura ermetica della ferita). Altra possibile causa d’esposizione potrebbe essere riconducibile all’azione esercitata dalle cuspidi dei denti antagonisti (magari leggermente estrusi) che impattano, lesionandoli, sui tessuti della ferita chirurgica rigonfia durante le fasi dell’immediato post-operatorio.
Le esposizioni tardive possono essere causate da eventi traumatici accidentali o dal fisiologico assottigliamento dei tessuti molli durante le fasi di guarigione soprattutto in prossimità dei chiodini o delle viti di fissazione della membrana.

Dr Garganese: la corretta gestione dei lembi è la chiave del successo di una procedura di GBR.
L’appropriata passivazione di un lembo ci permette una chiusura per prima intenzione, libera da tensione.
In questo caso particolare, ho deciso di innestare tessuto molle prima della procedura di GBR, per migliorare qualità e quantità dello stesso; questo d’altra parte ha reso più impegnativa la mobilizzazione del lembo.

Ritenete che esista una differenza significativa tra l’impiego delle membrane riassorbibili e non riassorbibili con il rinforzo in titanio?

Dr Colombo: la tecnica chirurgica che contempla l’utilizzo di membrane non riassorbibili rinforzate richiede buona esperienza ed elevate capacità chirurgiche ed è senza dubbio più impegnativa e indaginosa se paragonata a quella eseguita con membrane riassorbibili. Per contro, il vantaggio di tale metodica è di mantenere la stabilità dimensionale nel tempo e consentire all’innesto osseo di maturare senza ricevere insulti nelle delicate fasi di guarigione garantendo risultati soddisfacenti anche in casi di rigenerazione di difetti impegnativi come quelli tridimensionali. Inoltre, il rientro chirurgico consente al clinico di valutare quantità e mineralizzazione dell’osso neoformato, informazioni preziose che permettono di modulare una successiva fase di carico protesico progressivo.
L’utilizzo delle membrane riassorbibili nella mia pratica quotidiana è limitata alla correzione di difetti orizzontali di modesta entità.
Dr Garganese: ritengo che qualora si affrontino rigenerazioni ossee biologicamente impegnative, come i difetti ossei verticali, l’utilizzo del d-ptfe garantisce un effetto barriera di lunga durata , indispensabile per risultati soddisfacenti e che il rinforzo in titanio conferisca una migliore capacità di “space making”.
Personalmente riservo l’utilizzo di membrane riassorbibili per la gestione di difetti ossei meno importanti, o per rigenerazioni ossee di tipo orizzontali.

Che cosa vi piace di più nella vita e nella professione?

Dr Colombo: Dedico gran parte del mio tempo libero alla famiglia, all’attività sportiva e alla mia grande passione per la musica; gli hobbies mi distolgono dallo stress quotidiano che la professione ci impone. L’aspetto che maggiormente mi gratifica dell’attività professionale è la possibilità di interfacciarmi costantemente con i pazienti, le loro esperienze di vita e i loro percorsi differenti, e la consapevolezza di poter aumentare la loro qualità di vita con le terapie odontoiatriche eseguite.

Dr Garganese: Prima di tutto la mia famiglia, ed i miei due figli meravigliosi, con i quali condivido l’amore
per lo sport e per lo sci nautico. La mia professione è per me passione e divertimento, ogni giorno mi suscita nuovi stimoli.

A colloquio con il Dr. Roberto Abundo

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Abbiamo incontrato il dr Roberto Abundo, allievo del dr Giuseppe Corrente, con il quale condivide la professione alla SICOR di Torino limitatamente a parodontologia e chirurgia implantare. Il dr Abundo è molto conosciuto per le sue pubblicazioni e la sua attività didattica in parodontologia ma l’abbiamo intervistato su temi meno conosciuti.

Non tutti sanno che il vostro gruppo a Torino alla fine degli anni 90 è stato il primo, in Italia, ad utilizzare le membrane in PTFE denso intenzionalmente esposte. Qual è il vostro pensiero oggi?

R – Le esperienze maturate in quegli anni ci avevano portato a considerare le membrane in PTFE denso come una prima scelta in particolari situazioni. Prova ne è il fatto che nel nostro testo sulle tecniche post estrattive immediate del 2003 questo tema era ben descritto. Purtroppo questo tipo di membrana uscì dal mercato italiano proprio in quegli anni per cessazione di un contratto distributivo e non potemmo proseguire l’esperienza. E’ stata immediate la ripresa dell’utilizzo di questo dispositivo nel momento in cui è stato nuovamente disponibile in Italia con De Ore.

D – Quali sono le indicazioni principe delle membrane in dPTFE?

A nostro avviso questa membrana trova indicazione assoluta nelle situazioni in cui non sia sufficiente preservare un volume all’interno di pareti ossee integre ma occorre davvero rigenerare anche la parete vestibolare mancante per gran parte della sua estensione. Guarda un caso clinico

D – Come inserite la membrana nel sito?

R – Dopo aver creato una busta con uno scollatore lungo i margini del difetto e talora lungo i margini alveolari, inseriamo la membrana sul versante vestibolare, riempiamo il difetto con biomateriale particolato e quindi calziamo il dispositivo tra i margini gengivali residui e il piano osseo ribaltandolo sopra la beanza alveolare. Di norma una sutura a materassaio esterno incrociata, non passante per la membrana, ingabbia il tutto; a volte il perfetto adattamento lungo tutto il perimetro tra piano osseo e gengiva rende non necessario l’utilizzo della sutura.

D – Quanto tempo lascia esposta la membrana?

R – Abitualmente rimuoviamo il dispositivo a 6 settimane, un periodo persino più lungo rispetto a quanto raccomandato dai protocolli americani (4 settimane), avendo ormai esperienza dell’ottima tollerabilità per i tessuti e della minima penetrazione batterica attraverso un’area esposta davvero limitata.

D – Come mantiene pulita la membrana?

R – Il paziente è istruito ad utilizzare clorexidina in spray sull’area esposta due/tre volte al giorno al termine delle normali manovre di igiene anche sui denti contigui.

D – Utilizza da molto tempo le suture Cytoplast® in PTFE. Che cos’è che le piace di più?

R – Oltre all’ottima biocompatibilità ed alla minima ritenzione di placca anche in lunghi periodi di permanenza in sede, apprezzo molto la possibilità di regolare la tensione del nodo anche quando siano già state serrate le anse del nodo stesso. Questa caratteristica, che permette un più agevole e assai preciso management delle fasi di sutura, è particolarmente apprezzata non solo dai cultori della materia, ma anche dai neofiti che spesso trovano in questo dettaglio chirurgico le maggiori difficoltà operative.

D – In quali indicazioni impiega le suture Cytoplast®?

R – Le caratteristiche stesse della sutura in PTFE rappresentano un vantaggio in qualunque situazione clinica, ma le indicazioni principali sono rappresentate dalla chirurgia rigenerativa, parodontale e peri-implantare e dalla chirurgia plastica parodontale.

D – Usa altre suture?

R – Sono rimasto molto sorpreso anche dal comportamento del Seralene (Serag – Wiessner) che uso nei 6/0. Mi aspettavo che come polipropilene fosse rigido ma con sorpresa l’ho trovato assai morbido. Infatti poi ho scoperto che non si tratta di polipropilene ma di PVDF, un monofilamento in polivinildenafluoride della stessa famiglia del PTFE.

D – Abbiamo introdotto recentemente Seratan, il primo filo da sutura in titanio. Ci da una sua prima impressione?

R – La sua biocompatibilità è davvero altissima: in cinque giorni ho avuto modo di rilevare delle guarigioni sorprendenti! (ndr: guarda i casi clinici)

D – Oltre al suo lavoro, che si capisce che ama moltissimo, che cosa apprezza di più nella vita?

R – In primis moglie e figlia e poi, tempo a disposizione permettendo, la pittura (intesa sia come mostre/musei da visitare che come arte da praticare in prima persona) Per chi non conoscesse questo aspetto e’ possibile visitare il mio sito www.abundoart.com Inoltre, quando con la famiglia si riesce a ritagliare un periodo di vacanza non troppo breve – sempre più’ di rado in verità – mi piace fuggire a Cuba e estraniarmi per un po’ da gengive e osso…

Il dr Abundo affronta questi argomenti all’interno del corso di parodontologia che tiene a Torino insieme al dr Corrente.
Guarda la brochure del corso

Socket preservation, GTR, GBR – Equimatrix®

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Nuovo studio multicentrico sulla socket preservation

  • 17 siti estrattivi
  • nessuna complicanza
  • risultati istologici e istomorfometrici
  • impianti inseriti in tutti i siti

E’ stato pubblicato un nuovo studio multicentrico del dr Myron Nevins e alcuni tra i più riconosciuti clinici internazionali sulla socket preservation con l’impiego di Equimatrix™, il sostituto osseo eterologo di Osteohealth/Nibec che De Ore distribuisce in Italia.

I risultati che vengono illustrati e discussi sono tra i migliori in assoluto

Di Equimatrix® ne parliamo con il dr Fabrizio Belleggia di Roma che condivide con noi opinioni e casi clinici.

 
 
 
 
 

D – Qual è la sua personale opinione clinica su Equimatrix®?

R – Trovo che sia un ottimo sostituto d’osso, con le giuste granulometrie, per affrontare tanto i piccoli difetti parodontali come i grandi difetti di rigenerazione ossea pre-implantare. Sebbene cerchi sempre di utilizzare l’osso autologo, nei casi in cui quest’ultimo sia in esigua quantità o del tutto assente, non mi faccio più di tanto problemi perché so che questo materiale mi darà comunque un ottimo risultato clinico.

D – Ha anche evidenze istologiche?

R – Sì, essendo un fautore dello “staged approach”, molto spesso ho l’occasione di prelevare un campione per l’analisi istologica prima di inserire l’impianto. Quello che ho trovato è una quantità residua di particelle di Equimatrix® inferiore rispetto ad altri sostituti ossei che ho largamente utilizzato in passato e conseguentemente una maggior presenza di osso neoformato.

D – Cosa ne pensa del nuovo studio multicentrico sulla socket preservation?

R – Avvalora ancor di più quelle che sono le mie sensazioni cliniche ed istologiche. Un materiale che è in grado di formare il 29% di nuovo osso a 6 mesi dall’innesto fornisce elevate garanzie che l’impianto possa osteointegrarsi in modo corretto.

D – In quali situazioni cliniche userebbe Equimatrix®?

R – Come tutti i materiali eterologhi, la cui struttura presenta un lungo riassorbimento, è fortemente indicato in tutte quelle situazioni dove il mantenimento del volume crestale è di primaria importanza, come appunto la ricostruzione di aree con alta valenza estetica, la socket preservation, ma anche gli interventi di rigenerazione parodontale e i rialzi di seno mascellare.

D – Equimatrix® è un tessuto di origine equina. Crede ci sia una differenza con l’osso di derivazione bovina?

R. – Credo che la differenza non dipenda dall’animale donatore ma dal processo di lavorazione, che non è uguale tra le varie aziende produttrici. In teoria hanno strutture molto simili, ed entrambi assomigliano all’osso umano. Se ci riferiamo nello specifico a Equimatrix® in diversi studi pubblicati* i risultati sono dichiarati come almeno sovrapponibili a quelli dell’osso di origine bovina. Essendo poi di origine equina, mi fa star tranquillo su possibili infezioni da BSE, dal momento che un recente articolo di revisione della letteratura** sui sostituti di origine bovina non fuga affatto i dubbi in merito ai rischi di trasmissione di malattie attraverso prioni non inattivati.

*
1 – Periodontal regeneration capacity of equine particulate bone in canine alveolar bone defects. Tae-Il Kim, J Periodontal Implant Sci 2010;40:220-226 • doi: 10.5051/jpis.2010.40.5.220
2 – Equine-derived bone mineral matrix for maxillary sinus floor augmentation: a clinical, radiographic, histologic, and histomorphometric case series. Nevins M, Heinemann F, Janke UW, Lombardi T, Nisand D, Rocchietta I, Santoro G, Schupbach P, Kim DM. Int J Periodontics Restorative Dent. 2013 Jul-Aug;33(4):483-9. doi: 10.11607/prd.1728
3 – Socket preservation procedure with equine bone mineral: a case series. Nevins M, Cappetta E.G., Cullum D, Khang W.,MIsch C.,Ricchetti P., Sclar A., Wallace S.S., Kuan.Te Ho D., Kim D.M. Int J Periodontics Restorative Dent 2014;34(suppl):s51-s57.doi:10.11607/prd.2139
**
Risk of Prion Disease Transmission through Bovine-Derived Bone Substitutes: A Systematic Review Yeoungsug Kim, DDS * Hessam Nowzari, DDS; PhD; Sandra K. Rich, MPH, PhD DOI 10.1111/j.1708-8208.2011.00407.x

Settembre 2009 – Settembre 2014:
5 anni di De Ore.

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Sono passati 5 anni da quando è stata creata De Ore®!

Un po’ spontaneamente, ma con un certo rigore, abbiamo pubblicato sul nostro sito tanti casi clinici eseguiti dai nostri clienti che hanno scelto di utilizzare i materiali da noi attentamente selezionati e distribuiti.
Per celebrare i nostri primi 5 anni d’attività ne abbiamo raccolti alcuni in un booklet visualizzabile cliccando qui sotto. Inevitabilmente ne abbiamo tralasciati altri, che sono comunque consultabili dal sito.

Non saremmo arrivati a questo primo traguardo senza tanti odontoiatri che ci hanno dato fiducia, senza gli autori di questi case report e senza i relatori con i quali abbiamo organizzato bellissimi corsi in tutta Italia.

Ringraziamo quindi tutti con l’augurio di molti nuovi mm di rigenerazione!

Il team di De Ore®.

Clicca qui per consultare il booklet dei casi clinici